«Netanyahu pronto a tutto, ma Obama ora può fermarlo» intervista a Michel Warshawski
Vero e proprio decano del movimento pacifista israeliano, Michel Warshawski è impegnato in queste ore nelle mobilitazioni in sostegno della «Freedom flotilla». L’intellettuale e fondatore dell’Alternative information centre ci ha risposto al telefono da Gerusalemme.
Dopo l’assalto alla «Freedom flotilla», come vi state muovendo?
Chiediamo il rilascio immediato e senza condizioni di tutte le persone, che sono state arrestate illegalmente. In queste ore inoltre stiamo sottolineando che la questione chiave è Gaza, che resta sotto assedio (in violazione del diritto internazionale) e dove va garantito libero accesso per le persone e le merci. E inoltre, per quest’ultima operazione ma non soltanto, chiediamo che il ministro Barack sia giudicato come criminale di guerra da un tribunale internazionale.
Come è stata possibile un’operazione così disastrosa da parte del governo?
Ne stanno discutendo perfino i media. Il motivo è che non c’è stata nessuna pianificazione, né una valutazione delle conseguenze rispetto a diversi esiti possibili. E la ragione di tutto ciò è che siamo ancora in «sindrome post-Piombo fuso»: crediamo che l’intero mondo sia contro di noi, che abbiamo perso la battaglia delle pubbliche relazioni e che quindi dobbiamo mostrare al pianeta che faremo tutto ciò che vogliamo. Il governo non ha pensare alle conseguenze di un’azione simile nei rapporti con la Turchia, un alleato strategico nella Nato! Ma questo è Israele nel 2010: un paese brutale, aggressivo e che non pensa.
Quali le conseguenze per il governo?
Credo nessuna: tra l’opinione pubblica si levano voti critiche sul modo in cui l’operazione è stata condotta, ma nessuno in Israele mette in dubbio che i pacifisti andassero fermati.
E se gli Usa volessero farlo cadere?
Se decidono di farlo, ovviamente possono. Ma non l’hanno fatto per i massacri di «Piombo fuso» e non lo faranno per la «Freedom flotilla», anche se c’è una rabbia accumulata e una vera e propria alienazione tra l’Amministrazione Obama e quella Netanyahu. Ora l’ira globale contro Israele – che non è più solo a livello di opinione pubblica ma di stati – può rendere Israele maggiormente dipendente dagli Usa, dando a Obama più forza per fare pressione su Israele, quando deciderà di fare queste pressioni. Nell’immediato credo che Obama costringerà Netanyahu a tornare al tavolo della trattativa coi palestinesi.
Ma per voi la «Freedom flotilla ha rappresentato una vittoria?
Ha avuto successo, per due motivi. Anzitutto ha rimesso l’assedio di Gaza al centro dell’agenda politica internazionale. Ora la Comunità internazionale sta ricordando a Israele che l’assedio va tolto. Secondo: dopo i massacri di «Piombo fuso» c’era stata una forte mobilitazione dell’opinione pubblica internazionale, ma poche espressioni a livello di stati. Ora abbiamo entrambi molto arrabbiati contro Israele.
Intervista realizzata Michelangelo Cocco e tratta dal quotidiano Il Manifesto









