la migrazione è un diritto


Inserito da Gian Maria Greco in Sociale il 3 giugno 2010

La migrazione è un diritto. Nessun essere umano sarà considerato illegale a causa della propria condizione migratoria. Affermazioni da fantapolitica per la fortezza Europa ma che invece hanno trovato spazio nella nuova Costituzione dell’Ecuador, piccolo Paese andino tra i più poveri e instabili della regione.

Era il 2007 quando l’attuale presidente Rafael Correa scelse la comunità indigena di Zumbahua, posizionata su uno degli altipiani più suggestivi dell’Ecuador, come luogo dal quale far partire quella “rivoluzione cittadina” che intende riportare il cittadino e l’ambiente al centro dello Stato.
In quell’occasione, Correa mise l’accento sulla migrazione definendola come “il maggior costo del fracasso neoliberale” e promettendo di restituire voce e dignità alla popolazione migrante.

L’Ecuador infatti è uno dei Paesi latinoamericani con il più alto tasso di emigrazione. Dal 1999 ad oggi, circa il 20 per cento degli ecuadoriani è stato costretto ad emigrare in seguito ad una grave crisi economica che, in poche settimane, lasciò al di sotto della soglia di povertà i tre quarti della popolazione. Oggi sono quasi tre milioni gli ecuadoriani costretti a vivere lontano dal proprio Paese.
Stati Uniti, Spagna e Italia sono i principali Paesi di destino. In Italia, in particolare, la presenza è concentrata principalmente a Milano, Genova e Roma.

Da quando il potere è passato nelle mani di Correa, l’Ecuador ha mosso notevoli passi in avanti sulla strada dei diritti dei migranti. La Costituzione approvata nel 2008 è in tal senso un’opera magna. Oltre a riconoscere il diritto a migrare, la nuova Carta riconosce a tutti gli immigrati, anche irregolari, il diritto al cibo, all’educazione e alla salute e garantisce il ritorno volontario nel proprio Paese in maniera sicura e dignitosa, vietando ogni respingimento arbitrario.

Il Governo, dal canto suo, sta dando attuazione a questi principi. Uno dei primi provvedimenti adottati è stato il riconoscimento del diritto di voto per gli ecuadoriani residenti all’estero, nonché la possibilità di eleggere fino a sei rappresentanti in Parlamento.
Nel 2007, inoltre, ha istituito la Segreteria Nazionale per la Migrazione (Senami), una sorta di Ministero della Migrazione che mira a promuovere e tutelare i diritti degli ecuadoriani residenti all’estero e dei loro familiari in Ecuador nonché ad elaborare un programma di ritorno volontario che possa permettere agli emigrati di rientrare e di trovare un’occupazione di sussistenza.

Al fine di assistere più da vicino i propri cittadini all’estero, la Senami si è inoltre dotata di alcune sedi distaccate nei principali Paesi di destino dei migranti ecuadoriani, tra cui l’Italia dove nel 2009 è stata inaugurata la sede di Milano.

Ma l’Ecuador in realtà è anche un Paese di immigrati, provenienti soprattutto da Perù e Colombia. Proprio in Colombia negli ultimi anni è esploso il fenomeno migratorio verso sud ed attualmente si contano in Ecuador circa 500 mila tra sfollati e rifugiati colombiani, in fuga da un conflitto che dura ormai da mezzo secolo e che, dopo la liberazione di Ingrid Betancourt nel 2008, è sprofondato nuovamente nell’oblio.

Per ovviare a questa situazione, il Governo ha avviato un programma di legalizzazione dei cittadini colombiani presenti nel Paese, al fine di tutelare i loro diritti e agevolarne l’inserimento.

Proprio la migrazione interna rappresenta l’unica vera nota dolente all’interno di un panorama di politiche pubbliche che fanno dell’Ecuador un paese modello nell’attenzione posta alla mobilità umana.
Un flusso continuo di persone che abbandonano le zone rurali per cercare maggior fortuna nelle città. Quello che trovano però è ben altro. La fatica del lavoro nei campi lascia il posto alla mendicità nelle metropoli.

L’attuale Governo ha prestato finora poca attenzione alla migrazione interna. Alcuni provvedimenti tendono a migliorare le condizioni di vita nelle zone rurali e questo dovrebbe in parte disinnescare il flusso verso le città. Ma la vita di chi lascia i campi per i principali agglomerati urbani continua a rimanere nell’ombra.

a cura di Mani Tese

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