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	<title>i Sotterranei - Circolo ARCI &#187; Controinformazione</title>
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		<title>STANCHI, INCAZZATI. AGGRESSIONE FASCISTA A LECCE</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Jan 2012 16:57:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianmarco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Controinformazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Pubblichiamo e sottoscriviamo  l’appello dei compagni e delle compagne del ragazzo aggredito. Pensiamo che sottovlautare questi episodi sia il regalo più grande a chi, in questi anni, ha seminato odio e violenza nelle scuole, nelle Università, nei Quartieri con la copertura di qualche neofascista riciclato con qualche incarico istituzionale, sempre pronto a dare man forte a Casa Pound e soci.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #ff0000;">Pubblichiamo e sottoscriviamo  l&#8217;appello dei compagni e delle compagne del ragazzo aggredito. Pensiamo che sottovlautare questi episodi sia il regalo più grande a chi, in questi anni, ha seminato odio e violenza nelle scuole, nelle Università, nei Quartieri con la copertura di qualche neofascista riciclato con qualche incarico istituzionale, sempre pronto a dare man forte a Casa Pound e soci.</span></strong></p>
<p>GIOVEDI&#8217; 5 GENNAIO ORE 17:30 ASSEMBLEA PUBBLICA IN PIAZZETTA CARDUCCI (convitto palmieri)</p>
<p>Siamo stanchi, siamo incazzati. La  nostra città, la scorsa notte, è stato teatro dell’ ennesimo atto di   vigliacca violenza delle squadracce fasciste. Quattro militanti  nostalgici hanno pedinato con un’ auto un giovane compagno antifascista  e, appena raggiunto, lo hanno prima minacciato e poi aggredito  inizialmente con una testata al naso e dopo colpendolo ripetutamente al  volto, provocandogli una frattura alla mandibola sinistra. Questi sono i  fascisti che picchiano nelle nostre strade, che accoltellano a Napoli e  che sparano a Firenze, gli stessi che dopo si fanno intervistare dai  giornali negando ogni tipo di coinvolgimento, nascondendo la mano già  pronta ad impugnare la cinta. Hanno un nome ed un pensiero politico ben  preciso, riconducibile, come spesso ultimamente, al movimento  neofascsita Casapound, che continua imperterrito a mascherare le sue  vere intenzioni dietro a ipocrite dichiarazioni e vili interventi  sociali.</p>
<p>Magari questa notizia stupirà molti di  quelli che pubblicamente hanno difeso questi ragazzi, arrivando  addirittura a definirli dei “visi puliti”,  ma noi a queste bugie non ci  crediamo, perché noi viviamo ogni giorno la nostra città, noi giriamo  per il centro di Lecce rischiando di essere aggrediti da questi poveri  esaltati, che continuano a reclutare giovani militanti grazie alla loro  complicità,  ipocrisia e indifferenza. Ogni anno aumentano il numero di  iscritti e il loro raggio di influenza, esibendosi anche in squallidi  convegni pseudoculturali o passeggiate collettive camuffate da corteo.</p>
<p>Siamo stanchi di chi dice che è  sbagliato chiudere Casapound e le altre associazioni fasciste e di chi  finge di non vedere cosa succede ogni giorno o cerca di minimizzare la  gravità di queste aggressioni. I fascisti non devono avere nessuna  agibilità, hanno già dimostrato la loro vera natura, sono razzisti e  picchiatori e proprio per questo noi combattiamo ogni giorno e ogni  forma di violenza, convinti che debbano essere isolati e fortemente  limitati, per evitare che facciano altro male.</p>
<p>Siamo incazzati perché è inaccettabile  che un ragazzo di vent&#8217;anni possa essere accerchiato e picchiato da un  gruppo di fanatici mentre gira da solo per le strade del centro della  sua città, perché non è ammissibile che queste persone possano contare  sulla complicità delle istituzioni, la cui incoscienza e  irresponsabilità abbiamo più volte denunciato. Ne è un esempio tangibile  la partecipazione degli assessori Roberto Martella e Simona Manca alle  conferenze dei neo-fascisti, il riconoscimento da parte del rettore La  Forgia di blocco studentesco come associazione universitaria e la  concessione di spazi sociali all&#8217;interno della nostra città da parte  della giunta comunale.</p>
<p>Questo per noi è l’ ennesimo fallimento  di una “democrazia”, nata sulle ceneri delle vittime del ventennio e  animata dal sentimento intriso di amore e rabbia che ha lasciato un’  impronta indelebile nella costituzione, dichiaratamente antifascista e  che perciò rifiuta, come dovrebbe fare ogni cittadino, ogni forma di  fascismo.</p>
<p>La nostra rabbia ci spinge ogni giorno  nelle strade, pronti a dare un contributo importante alla nostra causa,  mai sconfitti combatteremo fino a quando otterremo ciò che vogliamo, con  o senza l’ aiuto di chi dovrebbe essere al nostro posto o al nostro  fianco in questa lotta.</p>
<p>Il nostro compagno è in attesa di un  intervento chirurgico al volto, mentre i colpevoli si aggirano nelle  scuole, nelle università e nelle piazze spavaldi e fieri delle loro  vigliacche imprese.</p>
<p>I compagni e le compagne del ragazzo aggredito.</p>
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		<title>Dalla Repubblica delle Banane all&#8217;austerità di un Governo Classista?</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Nov 2011 10:24:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianmarco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Controinformazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Se per assurdo fossi invitata a una cena con i signori e le signore  tanto perbene che compongono il governo che salverà la patria, sono  sicura che rifiuterei gentilmente. Anzitutto rischierei di sfigurare al  confronto di questo salotto buono di banchieri, ammiragli, bocconiani,  catto-baroni, megaconsulenti, manager pubblici e privati, qualcuno ricco [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se per assurdo fossi invitata a una cena con i signori e le signore  tanto perbene che compongono il governo che salverà la patria, sono  sicura che rifiuterei gentilmente. Anzitutto rischierei di sfigurare al  confronto di questo salotto buono di banchieri, ammiragli, bocconiani,  catto-baroni, megaconsulenti, manager pubblici e privati, qualcuno ricco  come un creso. I loro abiti sobri quanto  costosi farebbero risaltare l’eccesso d’informalità dei miei straccetti  comprati al mercatino dell’usato. E non solo. Son sicura che mi  annoierei mortalmente delle conversazioni ingessate come i loro completi  e non saprei che cosa dire: che c’è di più noioso di un consesso di  onesti carrieristi (in senso buono), di borghesi convinti e coerenti?</p>
<p>Ché questo è il punto. Prese una per una, di sicuro sono persone  rispettabili e competenti, ma tutte insieme non vi sembrano giusto  l’incarnazione del “comitato d’affari della borghesia” di marxiana  memoria? Della borghesia in versione postmoderna, beninteso. Non più  quella dei padroni del vapore, bensì del capitale finanziario, delle  grandi banche, delle oligarchie e tecnocrazie: insomma, le entità  astratte e impassibili, rappresentate da signori beneducati, le quali  decidono se domani tu sarai ancora al lavoro o no, se potrai farti  curare o dovrai affidarti al destino, se avrai la pensione oppure no, se  sarai vivo o morto…</p>
<p>Devo confessare che mi fa anche un po’ paura, quest’insieme  governativo così omogeneo per classe sociale, censo, ideologia (prevale  l’orientamento liberal-liberista) e perfino per confessione religiosa  (l’impronta cattolico-militante è nettissima). Se non fosse per la  presenza di un paio di eccentrici – si fa per dire – che perlomeno  sembra abbiano a cuore l’uno le sorti dell’equilibrio climatico, l’altro  la solidarietà verso gli “ultimi” e il dialogo inter-religioso,  l’uniformità social-culturale del nuovo governo sarebbe un po’  allarmante.</p>
<p>Non c’è che dire: la discontinuità con <em>lo stile e le forme</em> dei governi berlusconiani è garantita. Non avremo più al governo il  linguaggio e l’immaginario, anche sessuale, da venditori di spazzole dei  tardi anni Cinquanta. Non potremo più disperarci e sghignazzare di  gaffe e barzellette idiote, sessiste, qualunquiste. Non potremo più  indignarci per i festini di Arcore, l’indecente conflitto d’interessi,  le sparate razziste dei ministri leghisti, il dileggio ostentato della  Costituzione, l’ignoranza dei principi elementari della lingua italiana,  del bon ton e della democrazia.</p>
<p>Ma speriamo di non dover rimpiangere, un giorno, di aver almeno  potuto ridere delle imprese e dei discorsi dell’ammucchiata di parvenu e  puttanieri, mafiosi e soubrette, pagliacci e mantenute che si definiva  governo. Auguriamoci che la serietà e il rigore dei compassati esecutori  degli ordini della Banca centrale europea non ci facciano perdere per  sempre la voglia di ridere. Che l’austerità dello stile non si tramuti  presto nella solita ferocia classista verso i salariati e i non abbienti  e che il governo “tecnico” non acceleri la dissoluzione della società e  della democrazia.</p>
<p><strong>Annamaria Rivera</strong></p>
<p><em>(16 novembre 2011)</em></p>
<p><em>art. tratto da Micromega<br />
</em></p>
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		<title>Comunicato su “Carta batte forbice” e sui fatti accaduti ieri alla Biblioteca Nazionale di Roma</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Oct 2011 20:59:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gian Maria Greco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Controinformazione]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>

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		<description><![CDATA[Il Forum del Libro aveva aderito all’assemblea pubblica “Carta batte forbice” che varie realtà del mondo della cultura avevano promosso per la giornata di ieri presso la Biblioteca Nazionale di Roma, per discutere dei tagli alle biblioteche e della crisi insostenibile in cui esse versano, che sta causando forti riduzioni del servizio e sta portando [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il Forum del Libro aveva aderito all’assemblea pubblica “Carta batte forbice” che varie realtà del mondo della cultura avevano promosso per la giornata di ieri presso la Biblioteca Nazionale di Roma, per discutere dei tagli alle biblioteche e della crisi insostenibile in cui esse versano, che sta causando forti riduzioni del servizio e sta portando tanti istituti inesorabilmente verso una chiusura di fatto.</p>
<p>Al loro arrivo in biblioteca, gli organizzatori e i partecipanti hanno trovato i cancelli sbarrati e un cordone di polizia in tenuta antisommossa, perché la Direzione della Biblioteca aveva deciso di non autorizzare più l’assemblea: questo spiegamento di forze, assolutamente sproporzionato, ci è sembrata un’inutile provocazione.</p>
<p>Tutti abbiamo sempre pensato alle biblioteche come luoghi del confronto e del libero accesso alla conoscenza. Invece ci siamo trovati di fronte all&#8217;immagine di una struttura chiusa, che rappresentava emblematicamente  le difficoltà che nel nostro Paese si incontrano quando si vuole scavalcare il muro che divide chi gestisce la<br />
cosa pubblica e la politica culturale dalla società civile: gli agenti con gli elmetti erano stati chiamati per contrapporsi a chi voleva difendere le biblioteche!</p>
<p>Resta la nostra convinzione che sui problemi delle biblioteche si possa e si debba discutere <em>dentro </em>le biblioteche, promuovendo un dibattito ampio e civile, aperto a tutti gli operatori della cultura e del mondo del libro, e ancor di più alla società civile, che meritoriamente aveva mostrato interesse ai destini delle biblioteche e al loro ruolo nella vita delle nostre comunità.</p>
<p>Roma, 12.10.2011</p>
<p>ASSOCIAZIONE FORUM DEL LIBRO</p>
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		<title>Manovra e armi  “Il male oscuro&#8221;. Alex Zanotelli</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Aug 2011 11:45:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianmarco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Controinformazione]]></category>

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		<description><![CDATA[ In tutta la discussione nazionale in atto sulla manovra finanziaria, che ci costerà 20 miliardi di euro nel 2012 e 25 miliardi nel 2013, quello che più mi lascia esterrefatto è il totale silenzio di destra e sinistra, dei media e dei vescovi italiani sul nostro bilancio della Difesa. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong>In tutta la discussione nazionale in atto sulla manovra finanziaria, che ci costerà 20 miliardi di euro nel 2012 e 25 miliardi nel 2013, quello che più mi lascia esterrefatto è il totale silenzio di destra e sinistra, dei media e dei vescovi italiani sul nostro bilancio della Difesa. E’ mai possibile che in questo paese nel 2010 abbiamo speso per la difesa ben 27 miliardi di euro? Sono dati ufficiali questi, rilasciati lo scorso maggio dall’autorevole Istituto Internazionale con sede a Stoccolma(SIPRI). Se avessimo un orologio tarato su questi dati, vedremmo che in Italia spendiamo oltre 50.000 euro al minuto, 3 milioni all’ora e 76 milioni al giorno. Ma neanche se fossimo invasi dagli UFO, spenderemmo tanti soldi a difenderci!!</p>
<p>E’ mai possibile che a nessun politico sia venuto in mente di tagliare queste assurde spese militari per ottenere i fondi necessari per la manovra invece di farli pagare ai cittadini? Ma ai 27 miliardi del Bilancio  Difesa 2010, dobbiamo aggiungere la decisione del governo, approvata dal Parlamento, di spendere nei prossimi anni, altri 17 miliardi di euro per acquistare i 131 cacciabombardieri F 35. Se sommiamo questi soldi, vediamo che corrispondono alla manovra del 2012 e 2013. Potremmo recuperare buona parte dei soldi per la manovra, semplicemente tagliando le spese militari. A questo dovrebbe spingerci la nostra Costituzione che afferma:”L’Italia ripudia la guerra come strumento per risolvere le controversie internazionali…”(art.11) Ed invece siamo coinvolti in ben due guerre di aggressione, in Afghanistan e in Libia. La guerra in Iraq (con la partecipazione anche dell’Italia), le guerre in Afghanistan e in Libia  fanno parte delle cosiddette “ guerre al terrorismo”,  costate solo agli USA oltre 4.000 miliardi di dollari (dati dell’Istituto di Studi Internazionali della BrownUniversity di New York). Questi soldi sono stati presi in buona parte in prestito da banche o da organismi internazionali. Il governo USA ha dovuto sborsare 200 miliardi di dollari in dieci anni per pagare gli interessi di quel prestito. Non potrebbe essere, forse, anche questo alla base del crollo delle borse? La corsa alle armi è insostenibile, oltre che essere un investimento in morte: le armi uccidono soprattutto civili.</p>
<p>Per questo mi meraviglia molto il silenzio dei nostri vescovi, delle nostre comunità cristiane, dei nostri cristiani impegnati in politica. Il Vangelo di Gesù è la buona novella della pace: è Gesù che ha inventato la via della nonviolenza attiva. Oggi nessuna guerra è giusta ,né in Iraq, né in Afghanistan, né in Libia. E le folle somme spese in armi sono pane tolto ai poveri, amava dire Paolo VI. E da cristiani come possiamo accettare che il governo italiano spenda 27 miliardi di euro in armi, mentre taglia 8 miliardi alla scuola e ai servizi sociali?</p>
<p>Ma perché i nostri pastori non alzano la voce e non gridano che questa è la strada verso la morte?</p>
<p>E come cittadini in questo momento di crisi, perché non gridiamo che non possiamo accettare una guerra in Afghanistan che ci costa 2 milioni di euro al giorno? Perché non ci facciamo vivi con i nostri parlamentari perché votino contro queste missioni? La guerra in Libia ci è costata 700 milioni di euro!</p>
<p>Come cittadini vogliamo sapere che tipo di pressione fanno le industrie militari sul Parlamento per ottenere commesse di armi e di sistemi d’armi. Noi vogliamo sapere quanto lucrano su queste guerre aziende come la Fin-Meccanica, l’Iveco-Fiat, la Oto-Melara, l’Alenia Aeronautica. Ma anche quanto lucrano la banche in tutto questo.</p>
<p>E come cittadini chiediamo di sapere quanto va in tangenti ai partiti, al governo sulla vendita di armi all’estero (Ricordiamo che nel 2009 abbiamo esportato armi per un valore di quasi 5 miliardi di euro).</p>
<p>E’ un autunno drammatico questo, carico di gravi domande. Il 25 settembre abbiamo la 50° Marcia Perugia-Assisi iniziata da Aldo Capitini per promuovere la nonviolenza attiva. Come la celebreremo? Deve essere una marcia che contesta un’Italia che spende 27 miliardi di euro per la Difesa.</p>
<p>E il 27 ottobre sempre ad Assisi , la città di S. Francesco, uomo di pace, si ritroveranno insieme al Papa, i leader delle grandi religioni del mondo. Ci aspettiamo un grido forte di condanna di tutte le guerre e un invito al disarmo.</p>
<p>Mettiamo da parte le nostre divisioni, ricompattiamoci, scendiamo per strada per urlare il nostro <span style="text-decoration: underline;">no</span> alle spese militari, agli enormi investimenti in armi, in morte.</p>
<p>Che vinca la Vita!</p>
<p>Alex  Zanotelli</p>
]]></content:encoded>
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		<title>SALENTO: LAVORO NERO E SFRUTTAMENTO!</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Aug 2011 07:46:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianmarco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Controinformazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando migrano le lotte: lo sciopero nella fabbrica verde di Nardò.
Sciopero ora! È la parola d’ordine che risuona da sabato nella  masseria Boncuri di Nardò, a pochi chilometri da Lecce. A gridarla da un  megafono sono lavoratori africani giunti da varie parti d’Italia per la  raccolta. Chiusa in fretta quella delle angurie, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><em><a href="http://www.controlacrisi.org/joomla/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=16645&amp;catid=36&amp;Itemid=68">Quando migrano le lotte: lo sciopero nella fabbrica verde di Nardò</a>.</em></h2>
<p>Sciopero ora! È la parola d’ordine che risuona da sabato nella  masseria Boncuri di Nardò, a pochi chilometri da Lecce. A gridarla da un  megafono sono lavoratori africani giunti da varie parti d’Italia per la  raccolta. Chiusa in fretta quella delle angurie, con il 60% del  raccolto lasciato a marcire nei campi – complici le importazioni a  prezzi stracciati da Grecia e Turchia – i migranti si sono riversati sui  pomodori. Anche per questo il salario imposto dai caporali, tutti a  loro volta africani, è ancora più basso dell’anno scorso: 3,5 euro per  cassone di 100 chili per i pomodori grandi, 7 euro per il ciliegino.  Sabato mattina, quando a questo si è aggiunta la richiesta di  selezionare il prodotto sui campi prima di infilarlo nei cassoni, è  partita spontanea la protesta. Una quarantina di lavoratori si sono  rifiutati di continuare il lavoro e son tornati alla masseria, dove da  due anni l’associazione Finis Terrae e le Brigate di solidarietà attiva  (Bsa) li sostengono per soddisfare alcuni dei bisogni quotidiani e con  la campagna “Ingaggiami. Contro il lavoro nero”, iniziata nel 2010. Dopo  una veloce riunione alle sei e mezza del mattino, i migranti decidono  per il blocco della vicina strada statale che dura però poco a causa  dell’immeditato intervento della polizia. La protesta si conclude con la  convocazione di un’assemblea nella masseria per il sabato sera da parte  della Flai-Cgil locale, arrivata buon’ultima a sostenere le ragioni dei  migranti. Il primo a presentarsi è un caporale tunisino, per pagare la  settimana di lavoro ed evidentemente per capire la situazione. Rimane  poco e poi se ne va, mentre la tensione tra i circa 300-350 lavoratori  presenti nella masseria si taglia a fette. Si reclamano aumenti  salariali e contratti di lavoro. L’anno scorso le organizzazioni  padronali avevano sottoscritto circa 170 contratti, anche sotto la  spinta delle prime forme di organizzazione autonoma dei migranti per  reclamare migliori condizioni di lavoro. Oggi con un solo contratto,  confezionato su misura dai caporali, lavorano anche diverse persone. Ma è  difficile pensare che il sistema sia retto solo da caporali stranieri.<br />
Certo, sono loro che gestiscono il mercato del lavoro nella raccolta  dei cocomeri e dei pomodori: “un tunisino è il capo dei caporali e poi  ci sono sudanesi, ghanesi. Ognuno cerca di assumere i suoi  connazionali”, afferma Francoise, un trentenne togolese da quattro anni  in Italia. Ogni caporale straniero recluta le sue squadre di lavoro alle  quattro del mattino, sulla base di una trattativa al ribasso sul  salario. I lavoratori conoscono la realtà del lavoro migrante, così come  sanno che ci sono “diverse categorie di migranti”, che quelli senza un  permesso di soggiorno accettano, talvolta, le condizioni salariali  peggiori. Sono gli effetti ordinari della Bossi-Fini, che si fanno  sentire dalle fabbriche del nord alla fabbrica verde del sud d’Italia. I  lavoratori reclutati sono stipati nei pulmini: “il trasporto si paga  tre euro, ma poi nei campi ti fanno pagare anche il panino, l’acqua, le  sigarette”, racconta Abdellah un tunisino che da settembre a giugno  lavora nell’agricoltura del trapanese. E i rumors tra i migranti sono  che il datore di lavoro paghi 10 euro per cassone con pomodori grandi,  15 euro per il ciliegino: 6-7 euro a cassone si dividono tra le vari  intermediazioni che nessuno conosce bene. Per questo i lavoratori in  sciopero pretendono di “trattare direttamente con le aziende”.<br />
Questo sistema di mediazione – che ricalca per certi versi  l’organizzazione frammentata ed esternalizzata del lavoro industriale – è  la forma consolidata della produzione e dello sfruttamento  nell’agricoltura, che si regge sempre più, quando non esclusivamente,  sul lavoro migrante. A monte ci sono cinque, sei aziende: 600-700 ettari  ciascuna destinati a cocomeri e pomodori. Esse affidano talvolta ad  altre imprese il lavoro di raccolta, seguendo le regole del sub-appalto:  vendere i prodotti sui campi e quindi affidare ai sub-appaltatori oneri  e onori della raccolta e della commercializzazione. Una strutturazione  produttiva continuamente modificata poiché essa funziona come uno spazio  politico nel quale le convenienze cambiano rapidamente. Catene del  sub-appalto e del caporalato si intrecciano in modo stretto.<br />
Il caporalato trae linfa vitale dall’isolamento della manodopera: le  condizioni di vita e di lavoro peggiorano, infatti, quando i lavoratori  sono sistemati in luoghi lontani dai centri abitati, come l’esperienza  delle campagne foggiane è lì a dimostrarci. Il costo dell’acqua, del  cibo, del trasporto, delle sigarette lievita, e diventa impossibile uno  scambio di esperienze e forme di organizzazione. I migranti che scendono  dal settentrione ben conoscono il legame tra isolamento fisico, sociale  e politico: il miracolo del nordest fatto di piccole imprese disperse  in mezzo alle campagne si è retto anche su questo. Eppure, queste  campagne salentine, grazie anche a Finis Terrae e  alle Bsa, sembrano in  grado di produrre nuove relazioni sociali aggreganti e forse anche un  reciproco tendenziale riconoscimento di una comunanza di destino.<br />
Quest’anno l’organizzazione autonoma dei lavoratori migranti sembra  più articolata, forse anche perché il lavoro è scarso e il malcontento  diffuso: in molti hanno lavorato non più di tre, quattro giorni  nell’ultimo mese e mezzo. Dopo la disastrata raccolta dei cocomeri un  cospicuo numero di tunisini se n’è andato e il campo è composto  prevalentemente da migranti sub-sahariani, tutti maschi dai 25 ai 40  anni circa, sebbene qualcuno arrivi anche ai 50 anni. Tra i lavoratori  africani, accanto a un cospicuo numero di richiedenti asilo, vi sono  operai espulsi dalle fabbriche settentrionali alla ricerca di un  ammortizzatore sociale durante i mesi estivi, oppure braccianti moderni  che seguono le raccolte: Foggia, Palazzo San Gervasio, Rosarno. Solo una  piccola parte è sprovvista del permesso di soggiorno, mentre più  consistente è il numero di quanti possono contare su un permesso  umanitario o sono in attesa dello status di rifugiato. Tra gli  irregolari, molti sono usciti da poco da un centro di detenzione dopo  aver attraversato il Mediterraneo in fuga dal conflitto libico. Ospitati  in 25 tende messe a disposizione dalla provincia di Lecce oppure  arrangiandosi con tende personali, possono usufruire dei servizi base:  acqua potabile, docce calde, water chimici, corrente elettrica, presenza  di un medico dell’Asl locale dalle 17 alle 22, assistenza legale. Il  cibo viene preparato, per 3-4 euro a pasto, da altri migranti che si  dedicano esclusivamente a questa attività in baracche collocate  nell’area della masseria.<br />
Burkinabé, ghanesi, sudanesi, tunisini sembrano decisi a resistere.  Eppure le pressioni sono forti: Ivan, uno studente camerunense del  Politecnico di Torino, vero leader della protesta, all’assemblea di  lunedì sera al megafono di fronte alle televisioni locali spiegava con  assoluta calma di aver ricevuto minacce di morte da parte dei caporali.  Nessuno dubitava delle sue parole. Ma anche stamani alle tre del mattino  i più combattivi tra i migranti hanno costruito sbarramenti di fortuna  per impedire ai caporali di caricare qualche crumiro. Mentre i giornali  locali, La Gazzetta del Mezzogiorno in prima fila, cercano di spegnere  l’incendio scrivendo che la maggior parte dei migranti vuole tornare al  lavoro.<br />
La lotta di questi giorni non si è strutturata attorno a una linea  comunitaria. I lavoratori migranti di Nardò non condividono lingua o  nazionalità, ma un obiettivo – il miglioramento delle condizioni  salariali e di lavoro – e l’idea che sia lo sciopero lo strumento  attraverso il quale conseguirlo. Uno sciopero praticato nonostante la  precarietà radicale delle condizioni di vita e di lavoro, uno sciopero  fatto anche per quanti più ricattabili dalla clandestinità che la  Bossi-Fini sistematicamente produce. “Salento: sole, mare e  sfruttamento”, recitava una scritta di qualche anno fa’ su un muro di un  paesino poco lontano da Nardò: i coraggiosi lavoratori africani  sembrano in grado di far cambiare il vento.<br />
articolo di Paola Rudan, Devi Sacchetto  tratto dal sito internet www.controlacrisi.org</p>
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		<title>Nardò. continua lo sciopero dei Migranti.</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Aug 2011 12:16:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianmarco</dc:creator>
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		<category><![CDATA[migranti]]></category>
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		<description><![CDATA[Continua lo sciopero dei  lavoratori braccianti, immigrati, a Nardò.
Ai lavoratori migranti va la nostra più grande solidarieta'. 
Circolo Arci i Sotterranei.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Continua lo sciopero dei  lavoratori braccianti, immigrati, a Nardò. Ai lavoratori migranti va la nostra più grande solidarieta&#8217;.<br />
Circolo Arci i Sotterranei.</p>
<p><strong>Anche oggi nessuno è andato a  lavorare nelle campagne di Nardò. Il primo sciopero completamente auto  organizzato dei lavoratori braccianti, tutti immigrati, che raccolgono  pomodori ed angurie in Puglia continua.</strong></p>
<p>Dalla  Masseria Boncuri, ci dicono che i braccianti si sono organizzati e si  sono divisi i compiti tra loro, utilizzando moltissimo i cellulari  riescono a rendere efficace uno sciopero che in Puglia non si era mai  visto. Lo sciopero inoltre mette insieme rivendicazioni di diritti,  salari, e richieste di accoglienza degna, un terreno di lotta inedito e  replicabile in molte parti del paese.</p>
<p>La  protesta è iniziata dopo che un loro compagno di lavoro, un tunisino di  34 anni, era stramazzato a terra a causa di un arresto cardiaco. E’  stata la goccia che ha fatto traboccare un vaso fatto di  supersfruttamento e richieste sempre maggiori da parte dei proprietari  dei campi. A quel punto i circa duecento braccianti immigrati ospitati  nella struttura gestita dalle associazioni «Finis Terrae» e «Brigate di  solidarietà attiva» hanno deciso per uno sciopero con corollario di  assemblea auto-organizzata ad oltranza.. Tutto è incominciato sabato  mattina quando i proprietari dei terreni fanno una richiesta agli operai  extracomunitari, che questi ultimi non accettano. Dopo aver raccolto i  prodotti sui campi, i responsabili della raccolta chiedono un  «supplemento» di lavoro e cioè di dividere i pomodori in base alla  grandezza degli stessi. I lavoratori chiedono un piccolo aumento  rispetto alla paga ordinaria (circa 38 euro a giornata ai quali vanno  detratti circa cinque euro per il trasporti sui campi e per il compenso  al «caporale») ma questo non viene accordato…. ed è cominciato lo  sciopero.</p>
<p><em><strong>tratto da <a href="http://www.contropiano/">www.contropiano</a> .org</strong></em></p>
<p><em><strong>1 agosto 2011</strong></em></p>
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		<title>Aboliamo il burqa! Sono favorevole. di Giuliana Sgrena</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Aug 2011 07:47:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianmarco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono favorevole all’abolizione del burqa e del niqab, anche per legge.  E’ un segno di civiltà e non di intolleranza. Non si può tollerare  l’umiliazione della donna. Non si tratta infatti di un problema di  sicurezza ma di dignità della donna. Lo spiegano in questi giorni anche  esperte tunisine sui loro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono favorevole all’abolizione del burqa e del niqab, anche per legge.  E’ un segno di civiltà e non di intolleranza. Non si può tollerare  l’umiliazione della donna. Non si tratta infatti di un problema di  sicurezza ma di dignità della donna. Lo spiegano in questi giorni anche  esperte tunisine sui loro giornali che il velo non è una imposizione del  corano, figuriamoci il burqa e il niqab! Liberiamo le donne, almeno  quelle che vivono nel nostro paese da un fardello che le isola dal mondo  che le circonda. Diamo loro la possibilità di guardare il mondo così  com’è con le sue brutture e le sue bellezze, ma non attraverso una grata  che ne deforma la percezione. Anche con il niqab si è escluse, persino  dal poter mangiare in pubblico. Aiutiamo queste donne, anche con una  legge, a volte le forzature servono, purché ad essere punite non siano  loro, ma i loro oppressori, padroni, mariti, fratelli. Occorre fare una  campagna per spiegare che il burqa non è una imposizione religiosa ma  tradizional-conservatrice e patriarcale. Garantiamo a queste donne tutti  i diritti in modo che possano sottrarsi ai ricatti dei loro  padri-padroni. Noi, di sinistra, dobbiamo essere in prima fila a  difendere i diritti delle donne, tutte, liberandoci da una sorta di  “relativismo culturale” che vieta loro la possibilità di godere dei  diritti universali.</p>
<p>articolo tratto da www.ilmanifesto.it/</p>
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		<title>La rivolta di Bari, come a Rosarno. di Angelo Cassano</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Aug 2011 07:40:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianmarco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Controinformazione]]></category>

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		<description><![CDATA[ 

Un tappeto di detriti, di pietre, di candelotti di  lacrimogeni è rimasto sull&#8217;asfalto della tangenziale di Bari, nelle  campagne che circondano il Centro di «accoglienza» per richiedenti asilo  e la linea ferroviaria. Da una parte agenti di PS, Carabinieri e  Finanza in tenuta antisommossa e dall&#8217;altra l&#8217;esasperazione di un gruppo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong></p>
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<div><strong>Un tappeto di detriti, di pietre</strong>, di candelotti di  lacrimogeni è rimasto sull&#8217;asfalto della tangenziale di Bari, nelle  campagne che circondano il Centro di «accoglienza» per richiedenti asilo  e la linea ferroviaria. Da una parte agenti di PS, Carabinieri e  Finanza in tenuta antisommossa e dall&#8217;altra l&#8217;esasperazione di un gruppo  nutrito di migranti provenienti dalla Libia. Da mesi organizzano  presidi invano. Hanno provato ad avere garanzie e risposte politiche da  chiunque a incominciare dal Presidente della Regione, dalla Prefettura  (Bari è l&#8217;unica città in Italia che da 6 mesi non ha il Prefetto). Le  loro richieste sono rimaste inascoltate. Troppo impegnata la politica  per occuparsi degli ultimi, dei migranti, di chi vive ai margini della  città. E così una nuova manifestazione ha avuto una portata figlia della  rabbia e della disperazione. Una rabbia naturale, dopo essere scappati  da una guerra, dopo aver attraversato il Mediterraneo (magari guardando  impotenti un tuo amico morire in mare), dopo essere stati trattenuti  all&#8217;afa di una tendopoli, trasportati come pacchi e poi condannati a  rifare tutto da capo tornando a quell&#8217;inizio da cui erano scappati. Ieri  mattina all&#8217;alba i migranti hanno bloccato tutte le principali vie  d&#8217;accesso da nord alla città, investendo con la loro disperazione tutti  coloro che generalmente girano la testa dall&#8217;altra parte. La polizia non  si è fatta scrupoli nel caricare i migranti, nell&#8217;arrestarne alcuni,  nel far piovere su tutta la zona i terribili lacrimogeni al CS, noti ai  più per essere gli stessi usati in Val di Susa.</div>
</div>
<p><strong>Bari come Rosarno insomma</strong>, perché di questo parliamo. La  caccia all&#8217;immigrato però questa volta l&#8217;ha compiuta lo Stato, lo Stato  che per bocca del sottosegretario Mantovano dice che «la violenza è  intollerabile», come se la condizione a cui i migranti sono costretti  nel Cara e in generale in Italia fosse tollerabile. In questi giorni in  Puglia i migranti di Nardò stanno scioperando contro la condizione di  schiavitù in cui vivono nel silenzio dei più, la tendopoli di Manduria è  destinata a cambiare luogo spostandosi in una base militare a S.Vito,  quotidianamente arrivano notizie terribile sui Cie che hanno sede nella  regione. Questa esplosione di rabbia viene da lontano. I migranti di  Bari hanno preso in carico la propria sorte e si sono posti al centro  del dibattito e della società pugliese. Questa giornata (curiosamente  mentre si ricordano qui a Bari i venti anni dello sbarco della Vlora con  20.000 albanesi a bordo) non può rimanere un punto isolato. Non  possiamo perdere questa occasione. Per noi, per loro, per la nostra  terra.</p>
<p>articolo tratto dal quotidiano  il manifesto</p>
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		<title>La Lega e la sindrome norvegese</title>
		<link>http://www.isotterranei.org/2011/07/la-lega-e-la-sindrome-norvegese/</link>
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		<pubDate>Sun, 31 Jul 2011 17:30:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianmarco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Esiste un Paese europeo nel quale l&#8217;esponente di un partito al governo &#8211;  ripeto: di un partito al governo &#8211; dichiara pubblicamente: «Il cento  per cento delle idee di Breivik sono buone, in qualche caso ottime. Le  posizioni di Breivik collimano con quelle dei movimenti che in Europa  ormai ovunque vincono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Esiste un Paese europeo nel quale l&#8217;esponente di un partito al governo &#8211;  ripeto: di un partito al governo &#8211; dichiara pubblicamente: «Il cento  per cento delle idee di Breivik sono buone, in qualche caso ottime. Le  posizioni di Breivik collimano con quelle dei movimenti che in Europa  ormai ovunque vincono le elezioni».</p>
<p>Questo Paese è l&#8217;Italia.  L&#8217;autore della dichiarazione è l&#8217;eurodeputato Mario Borghezio. Il  partito al governo è la Lega. Naturalmente è sempre possibile nascondere  la cenere sotto il tappeto. Cioè confinare parole come quelle di  Borghezio in un limbo eccentrico, attribuirle a una patologia marginale e  tutto sommato fisiologica in ogni democrazia, quella (generica)  dell&#8217;estremismo. Solo che, per compiere questa de-classificazione, che è  anche una rimozione, è necessario dimenticare che Borghezio non fa  parte di una frangia di esaltati che farnetica sul web, roba che può  interessare solo la polizia postale e la Digos. Borghezio è eurodeputato  di lungo corso delle Camicie Verdi, e le Camicie Verdi, molto spesso in  divisa d&#8217;ordinanza, governano con piena legittimità il nostro Paese.</p>
<p>Ben  vengano, dunque, le parole di Borghezio, se ci aiutano a inquadrare con  un minimo di lucidità e coraggio in più la strage norvegese. Trattata  da molti commentatori italiani soprattutto come un caso di imprevedibile  follia al prezzo di parecchie omissioni, la più evidente delle quali è  il peso quasi nullo dato all&#8217;obiettivo, molto specifico, della strage:  un raduno giovanile del partito laburista, individuato da Breivik come  una sentina del &#8220;mondialismo&#8221; impuro e corruttore. Ora, se qualcuno  irrompe in una sinagoga e fa strage di ebrei; se mette una bomba in una  moschea e fa strage di musulmani; se spara alla folla e all&#8217;oratrice  durante un comizio del Partito democratico americano; nessuno potrà  levargli la patente del fanatico paranoide, ma nessuno potrà isolare  quel gesto (politico nelle intenzioni e nelle conseguenze) dal contesto  ideologico, culturale e sociale nel quale è nato, ha potuto nutrirsi,  attecchire, infine esplodere.</p>
<p>L&#8217;ideologia può essere considerata  un pretesto, strumentalmente impugnato dall&#8217;assassino per dare sbocco al  proprio odio individuale, a patto che non offra, al fanatismo, parole  di odio non così pretestuose, non così equivocabili. Non per caso una  discussione lunga, difficile e dolorosa, ai tempi del terrorismo rosso,  animò il nostro e altri Paesi (ad esempio la Germania) attorno al duro  nodo dell&#8217;odio di classe, del nesso tra teoria e prassi, tra libri e  azione, tra parole suggestive e suggestionabilità degli animi più  accesi. Perché i fanatici e gli assassini sono sempre una piccola &#8211;  anche se purtroppo non trascurabile &#8211; minoranza. Ma la famosa &#8220;acqua in  cui nuota&#8221; la violenza, quella è una questione che riguarda la società  intera, i suoi media, le parole messe in circolo, i suoi giornalisti e i  suoi scrittori, i suoi politici, la responsabilità di chi prende la  parola in pubblico, soprattutto se ricopre cariche elettive.</p>
<p>E  dunque, quando un eurodeputato leghista giudica «buone e in qualche caso  ottime le idee di Breivik», è poca cosa &#8211; e troppo facile &#8211;  preoccuparsi o ribellarsi &#8220;solo&#8221; perché quelle idee sono state espresse  da un carnefice che ha macellato decine di ragazzi inermi. Quelle parole  erano infami e cariche di sangue anche prima di Breivik e prima della  strage (che infatti è stata lungamente coltivata e programmata). Quelle  parole sono il veleno pluridecennale dell&#8217;odio razziale, del  suprematismo bianco, dell&#8217;omofobia, dell&#8217;antisemitismo,  dell&#8217;antislamismo, e sono coltivate con cura nelle tante madrasse del  razzismo nostrano. Ne sono piene, da anni, giornali, blog, siti  Internet: basta cercare, basta leggere, come fanno pochi e coraggiosi  ricercatori e giornalisti che hanno imparato a nuotare nel mare  tempestoso della nuova destra razzista. E non è solo scavando nei  recessi della rete che si capisce che aria tira in certi ambienti e in  certe teste: quelle parole circolano anche nelle aule elettive,  attraverso dichiarazioni troppo spesso (qui da noi) relegate a folklore,  a stravaganza pittoresca, a intemperanza rude ma in fin dei conti  bonaria. E ha tragicamente ragione Borghezio, le cosiddette &#8220;posizioni&#8221;  di Breivik «collimano con quelle di movimenti che in Europa ormai  ovunque vincono le elezioni», fortunatamente rimanendo quasi ovunque  esclusi dal governo (tranne che in Italia), ma quasi ovunque dotati di  un potere di ricatto e di condizionamento che fa leva sulla paura del  domani raffinata ad arte, come l&#8217;eroina, e tradotta in voti.</p>
<p>Il  primo ministro norvegese, un socialista a noi sconosciuto che abbiamo  imparato ad amare e ammirare in questi giorni terribili, ha detto che  «in tragedie come questa dobbiamo dare il meglio di noi: reagiremo con  più democrazia». E solo settecento norvegesi &#8211; un&#8217;inezia &#8211; hanno aderito  al sito che chiede la pena di morte per Breivik. Tutto, in questa  vicenda che gronda sangue, gronda anche di politica. La follia è solo  ospite di un teatro, la politica, che come ogni europeo sa bene è carico  di tragedia e di morte, ma anche di nobiltà e di gloria. Dovrebbe  essere vietato, dico vietato, parlare di Breivik, della Norvegia, dei  suoi giovani martiri laburisti, senza parlare di politica.</p>
<p><em>Michele Serra da Repubblica 27 luglio</em></p>
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		<title>La sfida delle donne per un welfare più giusto.</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Jul 2011 15:33:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianmarco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Controinformazione]]></category>

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		<description><![CDATA[l futuro incomincia oggi. Le donne che in questi mesi si sono spontaneamente e capillarmente organizzate per imporsi come protagoniste visibili e riconosciute nella sfera pubblica non possono esimersi dall'interloquire con l'agenda politica ed economica che si sta definendo in questi giorni.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em> </em>Il  futuro incomincia oggi. Le donne che in questi mesi si sono  spontaneamente e capillarmente organizzate per imporsi come protagoniste  visibili e riconosciute nella sfera pubblica non possono esimersi  dall&#8217;interloquire con l&#8217;agenda politica ed economica che si sta  definendo in questi giorni.<br />
Non è certo un momento facile. Mentre si  stanno valutando i limiti e gli arretramenti di conquiste fatte in tempi  più favorevoli, si devono fare i conti con una situazione difficile  sotto tutti i punti di vista.</p>
<p>Non si tratta solo di fare i conti  con il peso delle conquiste mancate, dell&#8217;arretramento della cultura  politica, dell&#8217;esasperante immobilismo di quella imprenditoriale, del  permanere di un monopolio maschile quasi intoccato in tutte le sfere  decisionali. Occorre anche definire una agenda economica e politica che  sia equa (anche) dal punto di vista delle chance e dei costi specifici  per le donne, in un contesto caratterizzato da risorse finanziarie  ridotte, dove la discussione sembra riguardare esclusivamente quali  diritti acquisiti colpire e quali difendere: con poco spazio per una  ridefinizione dei diritti stessi e dei loro soggetti.</p>
<p>Per non  rischiare di oscillare tra il velleitarismo e la rassegnazione del  piccolo cabotaggio occorre immaginare una agenda realistica nella  fattibilità ma intellettualmente e politicamente coraggiosa. Tra i punti  di questa agenda mi sembra debbano stare innanzitutto una battaglia  contro il monopolio di genere in tutti i posti che contano e un discorso  pubblico sui diritti civili. Si tratta di riforme a costo zero dal  punto di vista economico, ma molto impegnative e difficili sul piano  culturale e politico. Occorre battersi per entrare nei luoghi di presa  delle decisioni, ma anche per modificare i criteri formali e soprattutto  informali con cui si entra. Il che comporta sorveglianza ma anche  spirito (auto)critico.</p>
<p>Affrontare il discorso sui diritti civili  è sicuramente difficile per i rapporti interni ad un movimento che si  vuole trasversale, dove stanno molte anime che si differenziano in  alcuni casi profondamente su temi come la riproduzione assistita,  l&#8217;aborto, le disposizioni di fine vita, la sessualità. Ma se il  movimento delle donne vuole essere una novità sul piano politico deve  sviluppare la capacità di affrontare temi conflittuali senza dividersi e  senza pretese di monopolio di verità. Se la diversità è un valore,  occorre rispettarla senza imporre – anche normativamente – la propria. E  viceversa lasciando a ciascuna/o la responsabilità di decidere su di  sé, garantendole gli strumenti adeguati, potrebbe essere la prima  radicale novità introdotta dal movimento.</p>
<p>Ma il movimento deve  intervenire anche sulla manovra finanziaria, perché tocca questioni  molto importanti per la vita pratica di ciascuna/o, oggi e nel medio  periodo. Non vi è dubbio che la manovra approvata nei giorni scorsi, con  i tagli agli enti locali, segna un pesante arretramento rispetto alle  condizioni minime di conciliazione tra famiglia e lavoro che sono così  importanti per le donne e per la loro possibilità di stare nel mercato  del lavoro anche in presenza di responsabilità famigliari. È necessario  innanzitutto ridefinire i termini del problema. Il welfare – quello  fatto di servizi, ma anche di sostegno al reddito per chi è in  difficoltà – non è una spesa improduttiva. È un investimento sociale, in  capitale umano e in coesione sociale. Non investire in servizi per la  prima infanzia, ad esempio, non significa solo rendere difficile la vita  alle madri. Significa anche non investire nelle capacità delle nuove  generazioni. Buoni servizi per le persone non autosufficienti sono  innanzitutto uno strumento per riconoscere loro dignità e parziale  autonomia dalla pur affettuosa solidarietà dei famigliari (se e quando  c&#8217;è).</p>
<p>Affrontando la questione del welfare, il movimento delle  donne non potrà esimersi dall&#8217;affrontare anche quello dell&#8217;età alla  pensione per le donne nel settore privato. Perché non proporre uno  scambio tra il mantenimento delle risorse per il welfare dei servizi e  un anticipo dell&#8217;innalzamento graduale della pensione al 2012? La data  di inizio della, lentissima, gradualità è troppo spostata in avanti,  quasi di una generazione. Proponiamo invece un patto tra generazioni di  donne, con le madri che accettano una graduale dilazione della propria  andata in pensione in cambio di servizi per le figlie e i nipoti.  Ovviamente sotto il controllo di donne presenti massicciamente in tutti i  luoghi che contano. Perché, come abbiamo visto, dei patti fatti con gli  uomini, specie in politica, non ci si può fidare.<br />
<em> </em></p>
<p><em>di <strong>Chiara Saraceno</strong>, da Repubblica, 11 luglio 2011</em></p>
<p><em>(11 luglio 2011)</em></p>
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