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	<title>i Sotterranei - Circolo ARCI &#187; Controinformazione</title>
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	<description>Circolo ARCI</description>
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		<title>Brindisi, l&#8217;appello dei Sud Sound System «Vuvuzelas contro il concerto a Cerano»</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Jul 2010 11:08:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianmarco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Controinformazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Irene Grandi e Simone Cristicchi annunciano una data una data in Puglia, alla centrale Enel 'Federico II', e la rete si scatena. Da anni al centro di battaglie ambientaliste, secondo GreenPeace è il primo nemico del clima in Italia: 270 ettari per una potenza di 2.640 megawatt e emissioni pari a 14,9 milioni di tonnellate annue di anidride carbonica. I sud Sound System fanno un appello ai due Cantanti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La protesta è guidata su Facebook dai Sud Sound System, con l&#8217;invito a Irene Grandi e Simone Cristicchi di non cantare il prossimo 7 agosto nell&#8217;area della centrale Enel &#8220;Federico II&#8221; di Cerano, al concerto organizzato dalla stessa azienda per l&#8217;energia elettrica.<br />
Motivo: quella centrale, secondo chi protesta, è un sito che inquina e il concerto dei due artisti rischierebbe di valorizzarlo. Chi si oppone al concerto in quella location invita anche tutti coloro che hanno a cuore la tutela dell&#8217;ambiente ad organizzare un contro-canto a suon di vuvuzelas. Per l&#8217;Enel, che ha risposto attraverso il responsabile delle relazioni esterne per la macroarea Sud, Donato Leone, le emissioni di Cerano «sono assolutamente al di sotto dei limiti previsti per legge», e si tratta solo di &#8220;disinformazione&#8221;». Anche l&#8217;anno scorso, sullo stesso palco Renzo Arbore e Arisa, ospiti della serata, furono oggetto di proteste a suon di fischiettI.</p>
<p>Articolo tratto dal Quotidiano di Lecce del 25 Luglio 2010.</p>
<p>http://www.repubblica.it/cronaca/2010/07/19/news/grandi_cristicchi-cerano-5682479/</p>
<p><object width="500" height="400"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/gT4gsXzJm7U&#038;fs=1"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed  src="http://www.youtube.com/v/gT4gsXzJm7U&#038;fs=1" type="application/x-shockwave-flash" width="500" height="400" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p>http://forumambientesalute.splinder.com/post/23060332/il-concerto-della-discordia-nella-velenosissima-centrale-a-carbone-di-cerano</p>
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		<title>Grazie!</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Jul 2010 10:06:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gian Maria Greco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Controinformazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Un abbraccio forte a tutti e a tutte coloro che in questi anni hanno vissuto, respirato, ascoltato, partecipato, criticato tutto ciò che I Sotterranei hanno prodotto. Un grazie speciale a tutti e a tutte coloro che in questi anni hanno reso possibile la Nostra Resistenza soltanto con il loro sacrificio e la loro passione. Dopo 8 anni I Sotterranei chiudono e vanno in vacanza. Ci vediamo ad Ottobre. Hasta Luego!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo 8 anni I Sotterranei chiudono e vanno in vacanza. Un abbraccio forte a tutti e a tutte coloro che in questi anni hanno vissuto, respirato, ascoltato, partecipato, criticato tutto ciò che I Sotterranei hanno prodotto. Un grazie speciale a tutti e a tutte coloro che in questi anni hanno reso possibile la Nostra Resistenza soltanto con il loro sacrificio e la loro passione.  Ci vediamo ad Ottobre. Hasta Luego!</p>
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		<title>La cattedra di Barbara Ceausescu</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Jul 2010 10:48:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianmarco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Controinformazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Un sincero moto di simpatia e di umana solidarietà va oggi, senza se  e senza ma, a Barbara Berlusconi, che l’altro giorno ha discusso la sua tesi e conseguito la sua laurea (110 e lode, senza nemmeno un telefonata di Denis Verdini, Carboni o Dell’Utri). Certo, una laurea triennale in filosofia, diciamo che non siamo proprio ad Harvard. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un sincero moto di simpatia e di umana solidarietà va oggi, senza se  e senza ma, a Barbara Berlusconi, che l’altro giorno ha discusso la sua tesi e conseguito la sua laurea (110 e lode, senza nemmeno un telefonata di Denis Verdini, Carboni o Dell’Utri). Certo, una laurea triennale in filosofia, diciamo che non siamo proprio ad Harvard. Certo, una laurea all’università di Don Verzé, un po’ come se voi vi laureaste all’università di proprietà di vostro zio. Ma pazienza, onore al merito. E già che parliamo di merito, non trascurerei quello di sopportare un tanto ingombrante padre, che riesce, persino nel giorno della laurea della figlia, ad occupare la scena, farsi da solo i complimenti (“merito dei genitori”, ha detto: forse la povera Barbara passava di lì per caso) e dare il suo quotidiano spettacolino. La simpatia per Barbara nasce dal fatto che probabilmente non si merita di passare alla storia come un qualunque figlio di Saddam Hussein o di Ceausescu, ma – ahilei – ci sta andando molto vicina. Nel consegnarle bacio accademico e pergamena, infatti, Don Verzé (quello che vuol far vivere Berlusconi fino a 150 anni, quando si dice nemico del popolo…) le offre addirittura una cattedra. Di più: partendo dalla tesi di Barbara Berlusconi, il prete privato del Conducator vorrebbe addirittura fondare una facoltà di economia di cui lei diverrebbe automaticamente docente. Come dire, dalla tesi alla cattedra in un nanosecondo: Barbara faccia almeno ciao ciao con la manina a tutti i precari dell’Università che da anni si dannano l’anima per diventare di ruolo pur avendo vinto fior di concorsi, o almeno faccia le corna come il Gassman de Il sorpasso. Bene ha fatto Roberta De Monticelli, che in quella stessa università è docente, a lamentarsi: dalle altre decine di docenti, invece, è venuto solo silenzio, non risulta che nella vecchia Romania di Ceasusescu, e nel povero Iraq di Saddam si facesse carriera con le critiche.<br />
Sia come sia, archiviati i giusti auguri a Barbara per una carriera che parte da zero (buona questa, eh!), va detto che le ultime giornate di Silviescu non sono state niente male. Prima è intervenuto alla cerimonia di laurea in una specie di università dei puffi (privata, brianzola e telematica) così, tanto per insultare Rosy Bindi. E’ lo stesso prestigioso ateneo che si pubblicizza con la faccia di Sgarbi e dove la cattedra di Storia Contemporanea è retta da Marcello Dell’Utri (forse Frank Tre Dita aveva un impegno). Poi è comparso tra le guglie del Duomo di Milano a ritirare un premio conferitogli dai suoi dipendenti (il presidente della provincia di Milano e altri buontemponi che lo chiamano “statista”), presente don Prezzemolo Verzé e altri componenti della nomenklatura del regime. Come al solito ha fatto un bel gesto: ha promesso soldi per il restauro del Duomo. Non soldi suoi, naturalmente, ma soldi nostri (“fondi pubblici”). Poi se n’è andato tutto tirato a lucido e ringalluzzito, seguito da famigli e sodali (essendogli morti “da eroi” gli stallieri) che con immensa cafoneria hanno lasciato la platea prima dell’esibizione dell’artista vero (Charles Aznavour). Infine è andato al raduno del Milan, dove ha promesso incredibili progressi tecnico-tattici dovuti soprattutto all’innesto di un difensore greco comprato ai saldi estivi. Il tutto senza curarsi dei tifosi inviperiti che lo contestavano fischiandolo e ingiuriandolo in tutti i modi. La tre giorni di Silviescu pare conclusa, ma noi fans non disperiamo: altre apparizioni pubbliche – ora che i sondaggi lo danno in picchiata – ci delizieranno nei prossimi giorni. Chissà, un’apparizione della Madonna direttamente in una filiale Mediolanum, oppure qualche improvvisa guarigione inspiegabile (sarà presente don Verzé), o ancora l’inaugurazione di una sua statua a cavallo. Povero re – cantavano un tempo Fo e Jannacci. E povero anche il cavallo. Ah bé, sì bé!</p>
<p>di Alessandro Robecchi</p>
<p>pubblicato in <a title="Visualizza tutti gli articoli in Il Manifesto" rel="category tag" href="http://www.alessandrorobecchi.it/index.php/category/il-manifesto/">Il Manifesto</a></p>
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		<title>Male Nostrum. Ecco il Video dei Respinti.</title>
		<link>http://www.isotterranei.org/2010/07/male-nostrum-ecco-il-video-dei-respinti/</link>
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		<pubDate>Wed, 14 Jul 2010 17:09:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianmarco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Controinformazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Credevano di aver conquistato l'Italia, li hanno riportati in Libia senza nemmeno controllare chi fossero. Un video, inviato al manifesto da Tripoli, mostra il momento in cui i rifugiati eritrei oggi detenuti a Braq vengono «salvati» dai militari italiani e rispediti indietro. E svela le bugie del Viminale]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un video smentisce le bugie dette dal Viminale sui rifugiati eritrei detenuti in Libia. Il filmato, arrivato al manifesto da Tripoli, mostra una motovedetta della Marina militare italiana affiancare un&#8217;imbarcazione carica di immigrati per respingerla in Libia. A bordo ci sono alcuni degli eritrei oggi rinchiusi a Braq<br />
L&#8217;immagine è nitida. Alcune decine di ragazzi su una barca, tutti muniti di giubbotto salvagente. Hanno lo sguardo sorridente, quasi sollevato. Festeggiano e gridano: «Italia, Italia». Poco dopo, spunta sullo schermo una grande nave della nostra marina militare. È grigia e sul fianco ha la sigla P410. Si muove verso la barca con a bordo i ragazzi. I loro volti continuano a esprimere gioia. Un gommone con la scritta «marina militare» si stacca e si avvicina al natante in difficoltà. A bordo alcuni italiani in uniforme lanciano bottiglie d&#8217;acqua alle persone a bordo. Poi il video dissolve. L&#8217;epilogo non si vede, ma ce lo hanno raccontato nei dettagli molti di quei ragazzi. Come già scritto sul manifesto del 6 luglio scorso, i passeggeri della barca sono stati inizialmente trasbordati sulla nave grande per essere rifocillati. E poi sono stati riportati al putno di partenza, nella città costiera di Zuwarah. Un viaggio a ritroso tanto più beffardo in quanto è stato condotto con l&#8217;inganno: «Ci hanno detto che ci stavamo dirigendo in Italia, che saremmo potuti arrivare a Roma o Milano, invece hanno fatto rotta verso sud», ci ha raccontato più di uno dei partecipanti a quel viaggio.<br />
La barca era a 30 miglia da Lampedusa, cioè molto vicina alle acque territoriali italiane. Ma, in virtù della nuova politica inaugurata nel maggio del 2009, i viaggiatori sono stati riportati in Libia, senza preoccuparsi di capire se sullo scafo ci fossero potenziali richiedenti asilo. La traversata in senso inverso si è conclusa malamente più di 12 ore dopo, quando la barca P410 ha consegnato il suo carico umano a una motovedetta libica al limitare delle acque territoriali della Jamahiriya. La nave libica è poi approdata al porto di Zuwarah, sulla costa della Tripolitania, e gli 82 viaggiatori &#8211; 76 eritrei, tre etiopi e tre egiziani &#8211; sono stati portati in due diversi centri di detenzione.<br />
Il video &#8211; che ci è stato recapitato attraverso internet da uno degli sventurati partecipanti a quel viaggio, oggi a Tripoli dopo aver trascorso diversi mesi nel centro di prigionia Misratah &#8211; è la prova che smentisce il nostro governo. «Non è dimostrabile che i ragazzi chiusi a Braq sono stati respinti dall&#8217;Italia», ha detto nei giorni scorsi il ministro degli interni Roberto Maroni. Noi sappiamo che 11 dei reclusi di Braq hanno partecipato a quel viaggio. Abbiamo i loro nomi e i loro cognomi. Le loro storie sono state registrate sia nel campo di Misratah, dove sono stati portati un mese dopo il respingimento, sia nell&#8217;ufficio di Tripoli dell&#8217;Alto commissariato delle nazioni unite per i rifugiati (Unhcr). Adesso ci sono anche i loro volti. Se il governo volesse, potrebbe fare le opportune verifiche incrociate. E scoprire che gli 82 viaggiatori, tra cui nove donne e tre bambini, sono tutti ancora in Libia. Undici sono nel gruppo dei 205 eritrei che il 30 giugno scorso sono stati trasportati a Braq come «punizione» per essersi rifiutati di riempire dei formulari in tigrino, temendo di venire deportati in Eritrea. Alcuni altri sono riusciti a uscire dal centro di Misratah e vivono oggi a Tripoli nascosti, temendo un nuovo arresto. Altri ancora sono in altri centri di detenzione nella Jamahiriya.<br />
Ma quello del 1° luglio non è il solo respingimento che riguarda da vicino i 205 ragazzi eritrei rinchiusi da ormai quasi due settimane nel carcere di Braq. Un altro è avvenuto l&#8217;8 settembre. Un&#8217;altra nave italiana, questa volta più vicina alle coste della Libia. Li ha raccolti e consegnati alle autorità di Tripoli. Quarantotto di quei respinti sono oggi nel centro di detenzione nel sud della Libia. Il 21 novembre, un&#8217;altra operazione. Questa volta fatta in maniera diversa: una barca carica di 86 persone &#8211; tutti eritrei e somali &#8211; è alla deriva in acque internazionali. Sono a circa 60 miglia da Lampedusa, nelle cosiddette acque Sar (ricerca e soccorso) di competenza maltese. Solo il giorno precedente un&#8217;altra imbarcazione era riuscita ad approdare a Pozzallo, in provincia di Ragusa, con a bordo circa 200 eritrei. Troppi per un governo che ha fatto della cancellazione degli sbarchi una priorità. Così, questa volta gli italiani decidono di non intervenire. Chiamano i libici e dicono loro di venirsi a riprendere il carico di viaggiatori, nonostante la barca si trovi a 120 miglia dalle coste della Jamahiriya. Dopo diverse ore arriva una motovedetta libica (la Zwara) e riporta nel paese arabo tutti i migranti. Quarantaquattro di loro sono oggi nel carcere di Braq. A quanto ha scritto all&#8217;epoca il quotidiano della Valletta Times of Malta, «le autorità di soccorso di Messina e Palermo hanno coordinato l&#8217;operazione con le autorità libiche, e mantenuto il contatto con il Centro di coordinamento del soccorso delle forze armate maltesi». Il che vuol dire che gli italiani (e i maltesi) non hanno solo violato la Convenzione di Ginevra, che vieta di respingere verso paesi non sicuri potenziali richiedenti asilo, ma anche le regole del diritto marittimo, dal momento che non hanno prestato soccorso a una barca in difficoltà e l&#8217;hanno esposta a ulteriori rischi durante l&#8217;attesa dell&#8217;intervento della motovedetta libica.<br />
Secondo il sito Fortress Europe, osservatorio sulle vittime dell&#8217;emigrazione, sarebbero 1409 i «respinti» nel canale di Sicilia dal maggio 2009. Di questi &#8211; le cifre sono state fornite dallo stesso governo libico &#8211; 245 erano eritrei. A Braq, secondo le cifre in nostro possesso, ce ne sono 103, vittime dei tre respingimenti sopra citati.<br />
Non avendo firmato la Convenzione di Ginevra del 1951, la Libia non riconosce il diritto d&#8217;asilo. Tanto che, coerentemente, non definisce i cittadini eritrei «richiedenti asilo», ma «immigrati illegali». L&#8217;Italia, che invece ha firmato la Convenzione di Ginevra, li respinge in mare. E continuerà a farlo: nella finanziaria appena approvata sono previsti 2 milioni di euro «per la proroga della partecipazione di personale del Corpo della guardia di finanza alla missione in Libia in esecuzione degli accordi di cooperazione sottoscritti tra la Repubblica italiana e la Grande Giamahiria araba libica popolare socialista per fronteggiare il fenomeno dell&#8217;immigrazione clandestina e della tratta degli esseri umani.</p>
<p>Guarda il video:</p>
<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=EgQB1b3br94&amp;feature=player_embedded">http://www.youtube.com/watch?v=EgQB1b3br94&amp;feature=player_embedded</a></p>
<p><strong> di Stefano Liberti Il Manifesto<br />
</strong></p>
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		<title>Rifugiato eritreo: respinti dall&#8217;Italia, il governo mente.</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Jul 2010 13:14:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianmarco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Controinformazione]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Rifugiati]]></category>

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		<description><![CDATA[Oltre cento di noi volevano raggiungere l'Italia e sono stati respinti dalle autorità italiane. Questo è bene che gli italiani lo sappiano. Non è vero quello che dice il vostro ministro (Maroni, ndr). Noi chiediamo lo status di rifugiati politici.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cnrmedia ha raggiunto telefonicamente uno dei rifugiati eritrei nel campo di prigionia di al Braq poco dopo la notizia della loro liberazione da parte del governo libico. si tratta del primo commento raccolto direttamente nel campo di prigionia subito dopo la notizia della liberazione.</p>
<p>«Abbiamo saputo stamattina della nostra liberazione &#8211; ha detto il prigioniero che si fa chiamare daniel &#8211; non vogliamo restare a lavorare in Libia perché questo paese non ci riconosce lo status di rifugiati politici e in qualsiasi momento potremmo essere deportati in Eritrea. Oltre cento di noi volevano raggiungere l&#8217;Italia e sono stati respinti dalle autorità italiane. Questo è bene che gli italiani lo sappiano. Non è vero quello che dice il vostro ministro (Maroni, ndr). noi chiediamo lo status di rifugiati politici. Siamo stati respinti dalla guardia costiera italiana senza che ci chiedessero i documenti. Più della metà di noi durante lo scorso anno ha cercato di venire in Italia ma è stata respinta dalla guardia costiera senza che neanche ci venissero chiesti i documenti. Poi abbiamo cominciato a girare di prigione in prigione e, alla fine, siamo arrivati ad al Barq. Da quando siamo stati respinti dalle autorità italiane abbiamo affrontato torture e percosse in ogni prigione dove siamo stati rinchiusi fino ad arrivare qui, nel deserto, in una condizione disumana».</p>
<p>articolo tratto da Unità.it</p>
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		<title>Terremotati e manganellati!</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Jul 2010 11:13:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianmarco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Controinformazione]]></category>
		<category><![CDATA[L'Aquila]]></category>

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		<description><![CDATA[5.000 terremotati abruzzesi hanno sfilato per le vie di Roma. Ad accoglierli la polizia in tenuta anti sommossa. Tre ragazzi feriti, decine di manganellati tra cui il sindaco di L'Aquila.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La manifestazione di cinquemila aquilani si è portata con molta fatica da piazza Venezia a via del Corso, sempre bloccata dalla polizia in assetto antisommossa. Qualcuno è riuscito a raggiungere piazza Colonna, qualcun altro è svenuto per il caldo, Il sindaco Cialente si è preso una manganellata, ci sono due ragazzi feriti 3 milioni di metri cubi, calcinaccio più tegola meno. Ci vorrebbero 300mila grossi camion per portarli via dall&#8217;area del terremoto, per ripulire il pericolante scheletro di una città che sta morendo. L&#8217;Aquila muore e gli aquilani non possono neanche protestare a Roma, vengono offesi e manganellati dalle forze dell&#8217;ordine. Quei 300mila camion dovrebbero caricare le macerie e portarle a Milano 4, dove il ghepensmi president sta lavorando al suo personalissimo piano casa, in pieno parco Lambro, villini e villoni per giovani lombardi, altro che terremotati aquilani.<br />
La manifestazione di cinquemila aquilani si è portata con molta fatica da piazza Venezia a via del Corso, sempre bloccata dalla polizia in assetto antisommossa. Qualcuno è riuscito a raggiungere piazza Colonna, qualcun altro è svenuto per il caldo, Il sindaco Cialente si è preso una manganellata, ci sono due ragazzi feriti.<br />
Ma che razza di popolo stiamo diventando? Un paese che non riesce a risollevare una sua città, un centro storico fra i più vasti e belli d&#8217;Italia, che razza di paese è? E che governanti si è dato? Ormai gran parte degli aquilani parla della città al passato, comincia a rassegnarsi all&#8217;idea di una nuova gigantesca Pompei d&#8217;Abruzzo. Ma la rabbia resta, lo sdegno anche. Le case, anzi le C.A.S.E. con o senza le molle tecnologiche antiterremoto, non sarebbero mai bastate da sole per restituire la vita a una città come l&#8217;Aquila. Serviva saggezza, solidarietà reale, senso alto dello Stato, questo serviva. Invece Berlusconi ci ha portato il G8, si è fatto le passeggiate con Obama e la Merkel, e le foto di gruppo. Poi, arrivederci e grazie a tutti.</p>
<p>Da quelle parti non si è fatto più vedere, lui e lo Stato che ahinoi questo indegno ducetto rappresenta, grazie ai voti democraticamente espressi. L&#8217;Aquila, e i tanti altri pezzi di Italia dimenticati, massacrati da slavine, smottamenti e frane, non possono più attendere. Gli italiani più fortunati, che non hanno subito terremoti, slavine e frane devono pensare, riflettere sul destino ingrato di questi loro sfortunati fratelli, ai quali viene impedito perfino il diritto di protestare. I media televisivi hanno dimenticato l&#8217;Aquila, perfino sul web devi andarla a cercare &#8211; e la trovi, eccome se la trovi &#8211; nei tantissimi blog aperti per fare aprire gli occhi e la ragione. Devono, dobbiamo tutti riflettere su l&#8217;Aquila e su che cosa stia dietro al fallimento della sua ricostruzione. Perché non basterà mettere in galera un paio di furbetti che ridono al telefono e qualche boiardo di Stato con la coscienza pelosa. Non dovrà cadere nell&#8217;oblìo questo fallimento, che è poi esattamente la cifra dell&#8217;attenzione che Berlusconi nutre per il suo paese e i suoi concittadini.<br />
Serve una frana davvero, enorme e salutare, per i consensi narcotizzati che lo hanno tenuto in sella fino ad ora. Inneschiamola noi, continuando a parlare dell&#8217;Aquila, che da vetta d&#8217;Italia è diventata il suo pozzo nero. Restituiamo l&#8217;Aquila agli aquilani e l&#8217;Italia agli italiani, mandando a casa &#8211; una delle tante che ha &#8211; il più pernicioso presidente del consiglio del nostro paese.</p>
<p>Stefano Olivieri,   07 luglio 2010, 13:30 aprileonline.info</p>
<p>il video dell&#8217;aggressione ai manifestanti.</p>
<p><object width="500" height="400"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/EkPELwSq3Vs&#038;fs=1"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/EkPELwSq3Vs&#038;fs=1" type="application/x-shockwave-flash" width="500" height="400" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
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		</item>
		<item>
		<title>ARCI: Italia paese sempre meno libero e democratico</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Jun 2010 11:37:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gian Maria Greco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Controinformazione]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>

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		<description><![CDATA[Pubblichiamo il comunicato stampa dell&#8217;ARCI in merito al DDL sulle intercettazioni.
COMUNICATO STAMPA
Col Ddl intercettazioni l’Italia è un Paese meno libero e meno democratico
Dichiarazione di Paolo Beni, presidente nazionale Arci
Il fronte della protesta, amplissimo e trasversale, non è per ora riuscito a bloccare il Ddl sulle intercettazioni, che ieri  ha fatto un altro passo in avanti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Pubblichiamo il comunicato stampa dell&#8217;ARCI in merito al DDL sulle intercettazioni.</em></p>
<p>COMUNICATO STAMPA</p>
<p><strong>Col Ddl intercettazioni l’Italia è un Paese meno libero e meno democratico</strong></p>
<p>Dichiarazione di Paolo Beni, presidente nazionale Arci</p>
<p>Il fronte della protesta, amplissimo e trasversale, non è per ora riuscito a bloccare il Ddl sulle intercettazioni, che ieri  ha fatto un altro passo in avanti verso l’approvazione definitiva ottenendo la fiducia al Senato.</p>
<p>Giuristi, editori, giornalisti, sindacati, associazioni, magistrati hanno con forza denunciato  come questa legge, se venisse approvata in via definitiva, assesterebbe un colpo mortale  al diritto di cronaca, e imporrebbe  a magistratura e polizia vincoli tali  nell’utilizzo di questo importante strumento di indagine da limitarne la capacità investigativa, col risultato di rendere più probabile l’impunità per chi commette un crimine.</p>
<p>I rigidi vincoli procedurali, organizzativi e disciplinari finirebbero infatti per scoraggiare i magistrati a ricorrere  alle intercettazioni, anche nei pochi casi ammessi.</p>
<p>In un momento come questo, in cui  la vita pubblica risulta gravemente inquinata dalla corruzione, il Ddl otterrebbe lo scopo di garantire l’immunità per i potenti che continuerebbero a perseguire i loro interessi al riparo da qualsiasi controllo, della magistratura come dell’opinione pubblica.</p>
<p>Limitando infatti la libertà degli organi d’informazione di rendere noti i contenuti delle intercettazioni o gli atti dei processi, col rischio di sanzioni molto pesanti, i cittadini vedrebbero violato il loro diritto a essere informati e a crearsi liberamente un’opinione.</p>
<p>Si tornerebbe al sistema delle autorizzazioni e censure, contro il quale i nostri costituenti stabilirono un argine con l’articolo 21 della Carta. E oggi anche la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, assurta dal 2001 a livello costituzionale, contiene disposizioni precise atte a garantire la libertà di stampa, di cui ammette restrizioni e sanzioni solo quando vanno a tutelare “esigenze di sicurezza e ordine pubblico”, che ovviamente con questo disegno di legge nulla hanno a che fare.</p>
<p>Stiamo diventando un Paese sempre meno democratico e per fortuna questa consapevolezza è ormai largamente diffusa.<br />
E’ in atto una vera e propria ‘rivolta’ che si esprime in mille forme, dalla mobilitazione di piazza alle prime pagine bianche o listate a lutto dei quotidiani in edicola.<br />
L’Arci è solidale con tutte le iniziative di denuncia e protesta e parteciperà alle manifestazioni promosse localmente e a livello nazionale.</p>
<p>Roma, 11 giugno 2010</p>
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		<title>Ora disobbedire</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Jun 2010 13:45:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianmarco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Controinformazione]]></category>
		<category><![CDATA[Intercettazioni]]></category>
		<category><![CDATA[libertà di informazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Il vecchio adagio italico «fatta la legge, trovato l'inganno» è stato utilizzato a dismisura dalle truppe berlusconiane, agendo soprattutto contro la Costituzione]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il vecchio adagio italico «fatta la legge, trovato l&#8217;inganno» è stato utilizzato a dismisura dalle truppe berlusconiane, agendo soprattutto contro la Costituzione, come dimostra proprio quest&#8217;ultima controriforma che, con legge ordinaria, in un sol colpo abroga la libertà di stampa e ogni principio di ragionevolezza e uguaglianza nell&#8217;amministrazione della giustizia. Ora è compito nostro andare ad uno scontro vero per ripristinare questi principi costituzionali, con le armi della legalità, forti anche di un consenso trasversale di gran parte degli operatori dell&#8217; informazione, della magistratura, delle forze di polizia e anche delle tante carte dei diritti, internazionali ed europee, che nel corso degli anni abbiamo sottoscritto e ratificato. Qualcuno aveva sperato che fossero i postfascisti a salvare la democrazia di questo Paese ma, consumato fino in fondo il bluff dei finiani, dobbiamo assumerci tutta intera la responsabilità di non far passare un simile scempio dei diritti fondamentali violati. Ricorsi alla Corte costituzionale, disobbedienza civile con la pubblicazione di atti che non coinvolgono minimamente persone estranee alle inchieste, lettura nelle aule parlamentari degli atti per la cui diffusione non possono valere le regole capestro dei vari Ghedini, creazione di siti per la pubblicazione dall&#8217;estero per i quali valgono le regole della Carta dei diritti dei cittadini dell&#8217;Unione europea, manifestazioni di piazza e altro ancora da inventare. Il tutto in una grande unità di intenti, senza problemi di appartenenza o di visibilità personale o partitica, con un solido aggancio ad una più generale lotta per la difesa dei diritti sociali, anch&#8217;essi ancorati alla vigente Costituzione: non a caso vi è una contemporaneità di attacco alle condizioni di vita dei cittadini e ai diritti dei lavoratori, come dimostrano la finanziaria, l&#8217;attacco alla scuola pubblica e alla cultura, le proposte di revisione dell&#8217;art. 41 Cost., di abrogazione dello statuto dei lavoratori o dell&#8217;inserimento nella Costituzione di «valori» liberisti come il mercato o la libera concorrenza. Se non si coglie il nesso tra tutte queste lotte, se ognuno andrà in ordine sparso in difesa del proprio particulare, si rischia di essere sconfitti su tutto il fronte. Ci si è troppo cullati con la favola di un potere che avrebbe paura dell&#8217;informazione e delle inchieste e che, perciò, le vorrebbe oscurare e indebolire, ma gli eventi di questi ultimi due anni dimostrano proprio il contrario: questa destra non ha paura di nessuno e marcia compatta verso la propria meta, anche perché nessuno a sinistra sembra in grado di farle paura. Dimostriamo di poter farle paura, di saper difendere la Costituzione e i diritti civili e sociali che essa riconosce e garantisce: prima che si concretizzi il secondo ventennio berlusconiano che vorrebbe distruggere quanto di positivo per la democrazia si era costruito dopo il criminale ventennio fascista.</p>
<p>G. Di Lello</p>
<p>articolo tratto dal sito</p>
<p>www.ilmanifesto.it</p>
<p><!-- bye  bye--></p>
<div>
<div><strong><br />
</strong></div>
</div>
]]></content:encoded>
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		<title>La marina israeliana uccide quattro militanti palestinesi al largo di Gaza.</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Jun 2010 11:23:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gian Maria Greco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Controinformazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Gli uccisi fanno parte della Brigata dei martiri di Al Aqsa, tutti giovani da 20 a 34 anni. Espulsi 9 militanti della Rachel Corrie, intercettata dalla marina israeliana due giorni fa. Pressioni internazionali contro il blocco e per un’inchiesta sull’incidente del 31 maggio. L’offerta dell’Iran. Il papa: occorre un urgente impegno internazionale “prima che tali [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Gli uccisi fanno parte della Brigata dei martiri di Al Aqsa, tutti giovani da 20 a 34 anni. Espulsi 9 militanti della Rachel Corrie, intercettata dalla marina israeliana due giorni fa. Pressioni internazionali contro il blocco e per un’inchiesta sull’incidente del 31 maggio. L’offerta dell’Iran. Il papa: occorre un urgente impegno internazionale “prima che tali conflitti conducano a uno spargimento maggiore di sangue”.</p>
<p>Gerusalemme (AsiaNews/Agenzie) – La marina militare israeliana ha ucciso quattro palestinesi in tenuta da sub al largo delle coste di Gaza. Secondo i militari israeliani il gruppo stava preparando “un attacco terrorista”. Fonti palestinesi affermano che i quattro facevano parte della Brigata dei martiri di Al-Aqsa e stavano facendo esercitazioni.</p>
<p>Fonti di Tsahal affermano che l’incidente è avvenuto stamane verso le 4.30 (ora locale).<br />
Ahmad Al-Ashi, portavoce del ministero della sanità a Gaza ha identificato le vittime. Si tratta di Fayiz Alfiri (21 anni), del campo profughi di Jabaliya; Muhammad Qweidir (34 anni), di Gaza; Ibrahim Al-Wahidi (25 anni), della zona del porto; Hamid Thabit (20 anni), del campo profughi di Nusseirat.</p>
<p>L’incidente avviene a una settimana dal raid della marina israeliana la Mavi Marmara, facente parte di una flottiglia di attivisti filo-palestinesi, che ha ucciso 9 persone e ferito decine. Il raid ha scatenato critiche internazionali contro il blocco di Gaza ad opera di Israele.</p>
<p>Due giorni fa, un’altra nave, la Rachel Corrie, che voleva forzare il blocco, è stata intercettata dalla marina israeliana e costretta ad attraccare nel porto di Ashdod. Quest’oggi nove militanti della nave – che portava un premio Nobel per la pace e diversi attivisti malaysiani – sono stati espulsi da Israele. Il premier Netanyahu ha descritto la Rachel Corrie come una nave che portava “attivisti pacifisti”, ma ha definito la Mavi Marmara “una nave dell’odio, organizzata da estremisti turchi del terrore”.</p>
<p>La Turchia, nazione di provenienza della Mavi Marmara e patria degli uccisi, ha definito l’azione israeliana un gesto di “pirateria”.</p>
<p>L’Onu e l’Unione europea hanno domandato un’inchiesta internazionale sull’accaduto, ma Israele ha rifiutato. Tel Aviv afferma che a Gaza non vi è alcuna crisi umanitaria e che il blocco è necessario per fermare le forniture di armi ai militanti di Hamas che controllano la Striscia.<br />
La tensione su Gaza sta crescendo. L’Iran si è detto pronto a scortare navi che vogliano forzare il blocco di Gaza. Netanyahu ha affermato: “Non vogliamo che Gaza diventi un porto iraniano”.</p>
<p>Il movimento “Libertà per Gaza” – sponsor dell’invio della flottiglia del 31 maggio ha annunciato che nei prossimi mesi vi saranno nuovi tentativi di forzare il blocco.</p>
<p>Proprio ieri, a Cipro, Benedetto XVI ha domandato alla comunità internazionale uno sforzo urgente per garantire la pace in Medio oriente, “prima che tali conflitti conducano a uno spargimento maggiore di sangue”.</p>
<p>Asia News.it</p>
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		<title>«Netanyahu pronto a tutto, ma Obama ora può fermarlo» intervista a Michel Warshawski</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Jun 2010 11:32:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gian Maria Greco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Controinformazione]]></category>
		<category><![CDATA[Il Manifesto]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Michel Warshawski]]></category>
		<category><![CDATA[Obama]]></category>
		<category><![CDATA[«Freedom flotilla»]]></category>

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		<description><![CDATA[Vero e proprio decano del movimento pacifista israeliano, Michel Warshawski è impegnato in queste ore nelle mobilitazioni in sostegno della «Freedom flotilla». L&#8217;intellettuale e fondatore dell&#8217;Alternative information centre ci ha risposto al telefono da Gerusalemme.
Dopo l&#8217;assalto alla «Freedom flotilla», come vi state muovendo?
Chiediamo il rilascio immediato e senza condizioni di tutte le persone, che sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vero e proprio decano del movimento pacifista israeliano, Michel Warshawski è impegnato in queste ore nelle mobilitazioni in sostegno della «Freedom flotilla». L&#8217;intellettuale e fondatore dell&#8217;Alternative information centre ci ha risposto al telefono da Gerusalemme.</p>
<p><strong>Dopo l&#8217;assalto alla «Freedom flotilla», come vi state muovendo?</strong><br />
Chiediamo il rilascio immediato e senza condizioni di tutte le persone, che sono state arrestate illegalmente. In queste ore inoltre stiamo sottolineando che la questione chiave è Gaza, che resta sotto assedio (in violazione del diritto internazionale) e dove va garantito libero accesso per le persone e le merci. E inoltre, per quest&#8217;ultima operazione ma non soltanto, chiediamo che il ministro Barack sia giudicato come criminale di guerra da un tribunale internazionale.<br />
<strong>Come è stata possibile un&#8217;operazione così disastrosa da parte del governo?</strong><br />
Ne stanno discutendo perfino i media. Il motivo è che non c&#8217;è stata nessuna pianificazione, né una valutazione delle conseguenze rispetto a diversi esiti possibili. E la ragione di tutto ciò è che siamo ancora in «sindrome post-Piombo fuso»: crediamo che l&#8217;intero mondo sia contro di noi, che abbiamo perso la battaglia delle pubbliche relazioni e che quindi dobbiamo mostrare al pianeta che faremo tutto ciò che vogliamo. Il governo non ha pensare alle conseguenze di un&#8217;azione simile nei rapporti con la Turchia, un alleato strategico nella Nato! Ma questo è Israele nel 2010: un paese brutale, aggressivo e che non pensa.<br />
<strong>Quali le conseguenze per il governo?</strong><br />
Credo nessuna: tra l&#8217;opinione pubblica si levano voti critiche sul modo in cui l&#8217;operazione è stata condotta, ma nessuno in Israele mette in dubbio che i pacifisti andassero fermati.<br />
<strong>E se gli Usa volessero farlo cadere?</strong><br />
Se decidono di farlo, ovviamente possono. Ma non l&#8217;hanno fatto per i massacri di «Piombo fuso» e non lo faranno per la «Freedom flotilla», anche se c&#8217;è una rabbia accumulata e una vera e propria alienazione tra l&#8217;Amministrazione Obama e quella Netanyahu. Ora l&#8217;ira globale contro Israele &#8211; che non è più solo a livello di opinione pubblica ma di stati &#8211; può rendere Israele maggiormente dipendente dagli Usa, dando a Obama più forza per fare pressione su Israele, quando deciderà di fare queste pressioni. Nell&#8217;immediato credo che Obama costringerà Netanyahu a tornare al tavolo della trattativa coi palestinesi.<br />
<strong>Ma per voi la «Freedom flotilla ha rappresentato una vittoria?</strong><br />
Ha avuto successo, per due motivi. Anzitutto ha rimesso l&#8217;assedio di Gaza al centro dell&#8217;agenda politica internazionale. Ora la Comunità internazionale sta ricordando a Israele che l&#8217;assedio va tolto. Secondo: dopo i massacri di «Piombo fuso» c&#8217;era stata una forte mobilitazione dell&#8217;opinione pubblica internazionale, ma poche espressioni a livello di stati. Ora abbiamo entrambi molto arrabbiati contro Israele.</p>
<p><strong><strong>Intervista realizzata Michelangelo Cocco e tratta dal quotidiano  Il Manifesto </strong><br />
</strong></p>
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