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	<title>i Sotterranei - Circolo ARCI &#187; kora</title>
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		<title>Thee, Stranded Horse (Francia)</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Nov 2007 12:49:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Direttamenta dalla Francia il rinomato musicista Yann Encre (in arte Thee, Stranded Horse).
Esclusivo appuntamento con il folk sperimentale d&#8217;autore.
Sul palco un musicista che viene dal freddo, ma che sa scaldare il cuore con composizioni leggere e di grande impatto emotivo, utilizzando solamente la sua voce, una chitarra acustica e la kora, tradizionale arpa africana.
Nudo e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Direttamenta dalla Francia il rinomato musicista Yann Encre (in arte Thee, Stranded Horse).<br />
Esclusivo appuntamento con il folk sperimentale d&#8217;autore.<br />
Sul palco un musicista che viene dal freddo, ma che sa scaldare il cuore con composizioni leggere e di grande impatto emotivo, utilizzando solamente la sua voce, una chitarra acustica e la kora, tradizionale arpa africana.<br />
Nudo e crudo. Nessun fronzolo, niente elettronica. Questo è Thee, Stranded Horse (con la virgola), seconda incarnazione del francese Yann Tambour, già incontrato nei panni di Encre. Post-folk, neo-folk&#8230; chiamatelo come volete, le etichette importano poco. Yann alterna chitarra e kora o addirittura le suona contemporaneamente, l&#8217;una con la mano sinistra e l&#8217;altra con la destra, in maniera magistrale. A volte sussurra, altre il suo cantato accarezza toni rabbiosi. E nel mentre non smette mai di tessere accordi come se fossero i fili di un&#8217;intricatissima ragnatela. Canzoni un po&#8217; spettrali tanto scheletriche, basate unicamente sul suono dei suoi strumenti e della sua voce, tinte fosche che non si diradano mai. Giri ipnotici, ripetuti e continuamente intarsiati ed arricchiti da nuovi intrecci. Un groviglio di accordi impossibile da scindere.<br />
Con un piglio di altri tempi, &#8220;Churning Strides&#8221; sembra uno zootropio che non viaggia mai alla stessa velocità ma piuttosto segue un ritmo altalenante: le melodie rallentano, sembrano fermarsi&#8230; un falso finale, un momento per tirar<br />
fiato per poi riprendere nuovamente, con ancora più spinta. Richiami obbligati: il Marc Bolan pre-lustrini e glitter (dei suoi Tyrannosaurus Rex &#8220;Misty Mist&#8221;) ed il suo emulo Devendra Banhart, il folk di quel posto fantastico dove il Mississippi ed il Niger confluiscono in un unico fiume sulle sponde del cui Jacques Brel, beato, si beve un bicchiere di Beaujolais. Questo ragazzo ha talento, e tanto.<br />
(2night)</p>
<p>Di sicuro Yann Encre aka Thee, Stranded Horse deve detestare sentirsi paragonare a Devendra Banhart. Però non ci possiamo fare niente: ascoltando il folk delicatissimo per kora e chitarra acustica del giovane groelandese (proprio groelandese, si) non può che venire in mente la Young God tutta dopo dieci secondi. L&#8217;immediata referenza vocale a Marc Bolan ed ai suoi numerosi epigoni tra cui il barbuto Devendra, però, non rovina l&#8217;ascolto di Churning Strides, piccolo album appassionato e lieve, che sembra prendere il<br />
discorso proprio lì dove l&#8217;amatissimo (ormai datato?) Rejoicing in the Hands aveva lasciato.</p>
<p>(Music Club)</p>
<p>I dischi spogli sono come gli inverni dell&#8217;infanzia. Sono come domeniche nuvolose in cui non apri neppure le doppiefinestre. &#8220;Churning Strides&#8221; è un disco di otto canzoni fatte di tre sole cose: voce, chitarra e kora. Il<br />
folk anglo-americano, gli chansonnier francesi, i geli nordici, uno strumento africano che suona a metà tra un&#8217;arpa e una chitarra: un esotismo crudo, senza orpelli. E uno dei dischi più evocativi dell&#8217;anno.<br />
La voce del franco-groenlandese Yann Tambour non è immediata: nasale e asprigna, preferisce la crudezza all&#8217;intensità. Ad andare in profondità sono gli<br />
arpeggi ossessivi ricamati da kora e chitarra, nudi e iper-ripetitivi. Le variazioni sono affidate a continui cambi di ritmo e a bloccaggi improvvisi, a lunghe pause di silenzio. Nelle poesie fatte di pochi versi, gli spazi bianchi mettono in rilievo le parole. Nelle canzoni di Tambour, i lunghi silenzi amplificano i suoni scarni. &#8220;So Goes The Pulse&#8221;, il breve pezzo d&#8217;apertura, è costituito da tre parti intervallate da vuoti lasciati senza decorazioni, come fossero burroni, abissi cavernosi.<br />
Ogni canzone è affidata a un motivo soltanto: non ci sono modulazioni melodiche, distinzioni tra strofe e ritornelli, né cambi di tonalità. È solo il vento a sconvolgerle: in &#8220;Le Sel&#8221;, in cui il testo in francese dà un sapore malinconico e sfumato ai suoni, la successione di rallentamenti e spinte è come un vento che procede a buffi, a folate, creando incessanti e quasi impercettibili scosse. Il finale, dopo cinque minuti in trance, è leggermente variato, con l&#8217;esplorazione di note bassissime.<br />
Nella splendida &#8220;Misty Mist&#8221; riemerge un Drake ulteriormente denudato. La title-track si alza su note più alte, con la voce sovrapposta a cori fumosi, come in &#8220;Fiend Over Your Knees&#8221;, che finisce con contorni noir.<br />
&#8220;Swaying Eel&#8221; avanza stregante per dieci minuti in territori maniacali: il giro si costruisce di pochi tocchi, notturni e limpidi, per poi affollarsi di un&#8217;immensità<br />
di note che brulicano come lucciole impazzite. Gli ultimi quattro minuti sono un blocco indiviso e ipnotico: il breve giro viene iterato fino al collasso.<br />
&#8220;Sharpened Suede&#8221; propone un arpeggio country-eggiante, con sfumature folk americane. Il pezzo si blocca anche per dieci secondi, si inceppa in continue fratture, emerge a tratti, si inforra carsicamente, percorre gallerie di buio<br />
inquietanti da cui esce enigmatica e frastornata, con la voce di Tambour che riprende a stento il filo del discorso, sempre più rotta. Autentico choc musicale.<br />
I dischi spogli sono un circo dopo lo spettacolo, le strade dopo il passaggio del carnevale. Non sono divertenti, e, quando riesce loro un sorriso, è incrinato e triste. Sono scandagli, servono per andare in profondità, sono le campane del palombaro. E con &#8220;Churning Strides&#8221; c&#8217;è il rischio, poeticissimo e autodistruttivo, di farsi affascinare dal fondo.<br />
(Storia della Musica)</p>
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